La mia
collaborazione con Lucrezia dura ormai da molti
anni. A legare le nostre esperienze, oltre
all’amore per la professione d’insegnanti di
scuola primaria, è la consapevolezza che l’arte
è una via privilegiata per progredire sul
cammino della conoscenza e della disciplina
pedagogica.
Lucrezia è un uragano di idee, ma ha dalla sua
anche due grandi doti: la tenacia e la
determinazione che le consentono di realizzarle.
Dire no a Lucrezia è praticamente impossibile:
il suo entusiasmo è quello di una ragazzina che
scopre il mondo, sostenuto dalla ponderatezza
figlia dell’esperienza.

La
cultura per lei non è un risultato da
raggiungere stando seduti su una sedia, curvi
sul banco: è un processo dinamico che va
conseguito e sviluppato attraverso
un’interazione costante tra teoria e prassi. Il
teatro, le drammatizzazioni non hanno una
funzione meramente paradigmatica, ma sono un
laboratorio attraverso il quale, per esempio,
gli alunni apprendono la lingua italiana, e si
avvicinano al dialetto e alle tradizioni locali.
Gli studenti di Lucrezia lavorano in un ambiente
corroborante e pregno di significato:
hanno un’insegnante che mira al recupero delle “Cose
ultime”, della bellezza. I tempi non si
restringono mai, durante le sue lezioni, non
diventano frenetici: i bambini non si trovano
oberati da corse di fine anno verso
fantasmagoriche rappresentazioni, che lasciano
il tempo che trovano. Lucrezia compone le sue
drammatizzazioni giorno per giorno durante tutto
l’arco dell’anno: gli alunni sentono la
partecipazione, perché è il loro lavoro, sono le
loro fatiche che travalicano la dimensione
concettuale e diventano prassi artistica.

Ho
collaborato con Lucrezia in alcune sue
iniziative e ho avuto modo di entrare nelle sue
classi “aperte”, dove gli alunni mi hanno
accolto con la naturalezza di chi è abituato al
confronto e al dialogo.
Un
progetto sulla cucina calabrese, per esempio, è
stato l’occasione per riconquistare il contatto
perduto tra generazioni (gli alunni hanno
interrogato i nonni, questi ultimi sono stati
felici di dettare ricette, cucinare e istruire i
nipotini); per dilatare uno spazio troppo spesso
compresso a causa della frenesia e della
solitudine progettante (come la definirebbe
Franco Cassano). Da questo è nato un libro:
dalla cucina alla storia regionale, per ridare
pregio e onore alle tradizioni, unicamente per
interrare radici che facciano crescere alberi
alti, ricchi di rami e foglie, che serviranno
per accogliere il diverso e le sue storie.

Musical
e prosa, per rappresentare i “Promessi sposi”
del Manzoni, un’altra prova, attraverso una
rivisitazione sui generis che ha coinvolto
alunni e genitori, associazioni culturali e
amministratori. Lucrezia parte dall’idea che la
scuola è un organismo plurale, il quale non deve
chiudersi in un guscio: il cortile non è
all’interno dell’edificio, ma è all’esterno,
infatti, in esso il fornaio, il falegname, il
fotografo, il cartolaio, il genitore,
l’operatore culturale incontrano gli alunni, con
loro dialogano, insieme a loro creano. La parola
diviene opera visibile e tangibile di un metodo
pedagogico, l’unico valido e certo di ottenere
risultati, quello di chi insegna per amore e
solo per amore.
Francesco Idotta
